Sun - February 9, 2003

goa


144 bpm
La luce dei fari è l'unica scia che indica la strada per il goa. Ad ogni curva, nuovi e spogli rami disegnano la porzione di paesaggio concessa. E nient'altro. Alla radio nazionale un delirio di parole sulla psichedelia vengono abilmente infilate, come perline in una collana, dalla voce calda e rapida dell'anomalo dj. Alle curve si aggiunge la salita, e alla salita il fango, che poi è un tappeto corniciato da neve quasi-marcia, lucido e scivoloso. Le file di auto ferme e di quelle in apparente (stanno come in impantanata processione) movimento annunciano una specie di capanno agricolo tutto di cemento armato; se fuori è brutto, dentro è orrendo, adornato com'è da stonate fosforescenze e dominato da uno strano e fastidioso puzzo. La musica è violenta, lascia qualche secondo di vita ogni due o tre minuti, e poi riparte veloce quanto basta per correrle dietro senza che si faccia raggiungere e per farti venire un gran male ai muscoli delle gambe. In mezzo allo stanzone non tanta gente, quasi tutti maschi, tutti completamente rovinati. Uno di loro, ha solo qualche dente, una sciarpa della juve e un berretto che gli copre chissà quale sfregio, balla come posseduto e senza alcuna grazia, ma con una sorta di ammirabile potenza. M., che è qui in visita, è come divertita da tutto quello che la circonda ma non è parte delle anime salve, così le ha chiamate paolo. Gli ultimi della terra, quelli che nessuno considera e rappresenta. Non li rappresentano perché non si deve sapere che esistono. Non li rappresentano per non farli esistere. Non sono venuti per divertirsi, quelli che non esistono, nè per drogarsi o bere, né per ascoltare la musica, sono qui tutti quanti perché questo è naturalmente parte di loro; sono venuti qui perché il loro animale è rinchiuso negli altri sei giorni, nel lavoro qualunque e inutile che diligentemente eseguono senza chiedere perché e senza lamentarsi mai. Sono la forza lavoro, il braccio. E il goa è il loro trionfo. Un'ora d'aria che nessuno gli potrà mai negare, che divorano e che si contendono allo scuro della notte che si specchia nel tappeto di fango, qua fuori, dove io e paolo ci troviamo soli e nutriti.
Posted: February 9, 2003 0:0   macedonio   tales   Email Comments


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